Senza domenica non possiamo vivere

Senza domenica non possiamo vivere

Breve estratto dell’articolo «Mio figlio non viene più a Messa». Una guida per salvare la domenica in famiglia pubblicato da Avvenire il 17 gennaio 2026

Per il Congresso Eucaristico nazionale organizzato a Bari nel 2005 fu scelto come motto “Senza domenica non possiamo vivere”, attribuito ai 49 martiri di Abitene (nell’attuale Tunisia) che nel 304 preferirono, contravvenendo agli ordini dell’imperatore Diocleziano, andare incontro alla morte piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore. Nella cronaca dell’episodio, Felice, uno dei cristiani sotto accusa, spiega al proconsole Anulino i motivi per cui, nonostante il divieto, ha preso parte all’assemblea domenicale: «Non ci può essere un cristiano senza il giorno della domenica e non si può celebrare il giorno della domenica senza il cristiano! (…) ». È un’affermazione che anche oggi, oltre 1700 anni dopo, interroga la nostra coscienza cristiana.

Da molto tempo ci siamo lasciati scippare la domenica senza particolari reazioni. Già vent’anni fa, nel corso di quel Congresso Eucaristico, erano state sollecitate iniziative, oltre che pastorali, di “resistenza sociale” per riaffermare il valore cristiano della domenica, per riappropriarci in qualche modo dello spazio eroso dai vari obblighi domenicali diventati pian piano ordinari, abituali, normali. I risultati però, dobbiamo ammetterlo, non sono stati incoraggianti. A parte qualche iniziativa per chiedere la chiusura domenicale dei centri commerciali e dei negozi, rimasta sostanzialmente senza esito, non siamo riusciti a cambiare quasi nulla. A partire dalla mentalità che ci ha portato a trasformare la domenica in uno spazio dove infilare tutte le rimanenze, le incombenze, gli appuntamenti non espletati in settimana. La spesa? Andiamo la domenica. Le pulizie di casa? La domenica. Il pagamento online delle bollette? La domenica. Rispondere a quella decina di mail di cui non siamo riusciti ad occuparci? La domenica. E tanto altro. Tutto assolutamente inderogabile. Tutto fondamentalmente obbligatorio. Ma è giusto così? Proviamo a riflettere insieme. Chiediamoci come dovrebbe essere organizzata una domenica cristiana a partire dalla famiglia, dai suoi riti, dallo scorrere di appuntamenti e di impegni che dovrebbero essere pensati per celebrare la bellezza dello stare insieme, del fare comunità – quella domestica e quella allargata ad altre famiglie – del ritrovarsi per rinsaldare le relazioni che contano, senza assilli di tempo o di scadenze urgenti. Stiamo inseguendo un modello sconfitto dai ritmi della postmodernità oppure si tratta di un obiettivo ancor attuale, utile per umanizzare la scansione di un giorno speciale, come appunto dovrebbe essere la domenica, il giorno della famiglia cristiana, della festa, quindi anche della preghiera e della fede condivisa e celebrata? Pensiamoci.

E quando i figli non vanno più a Messa?
Per due genitori cristiani che si sono spesi con impegno e dedizione nell’educazione alla fede non c’è fallimento più profondo della decisione dei figli adolescenti di non andare più a Messa, talvolta di chiudere proprio la porta a qualsiasi rapporto con la fede. «Ma come, abbiamo sempre cercato di essere coerenti con la preghiera in famiglia, la partecipazione alla Messa, l’impegno in parrocchia e nelle varie attività comunitarie e adesso? Questa è la risposta?». Ebbene sì, succede molto più spesso di quanto si possa immaginare. E sarebbe sbagliato farne una tragedia. Nello tsunami dell’adolescenza la voglia di prendere le distanze dai genitori si manifesta proprio in quegli ambiti che loro sentono più importanti per mamma e papà. Non sono diventati improvvisamente cattivi e insensibili. Non stanno tradendo i valori che abbiamo cercato di trasmettere con tutta la coerenza consentita dalle nostre fragilità. Semplicemente stanno crescendo. E, nella crescita, c’è un bisogno prorompente di cercare strade diverse rispetto a quelle percorse insieme ai genitori fino a poco tempo prima. Non è un rifiuto della fede, sbagliato parlare di anticlericalismo o addirittura di ateismo. I ragazzi stanno solo cercando la propria strada anche nel rapporto con la fede e questa ricerca può tradursi in una presa di distanza dalla Messa e dalle altre pratiche religiose. Per noi genitori la domenica diventa improvvisamente triste e pesante. Ma in quella scelta – che poi scelta non è – c’è anche il gusto della sfida ai genitori. È come se ci dicessero: vediamo adesso come vi comportate. Vediamo se continuate ad andare a Messa anche ora che noi non ci veniamo più. Vediamo se la vostra fede è davvero solida. Vediamo che esempio ci date domenica dopo domenica. Per i genitori la sfida “anti-Messa” dei figli adolescenti è l’ora della prova di maturità. Obbligare? Scegliere la strada del ricatto – «Non vai a Messa? Ti sequestro il telefonino» – non servirebbe a nulla. Anzi, non farebbe che peggiorare la situazione. Anche nei confronti dei nostri figli, la strada del Vangelo dev’essere una proposta, non un’imposizione. Inutile anche pretendere di convincerli con le parole, con i riferimenti filosofici o teologici. Non c’è gioia più grande per un figlio che ha cominciato a studiare filosofia al liceo, della contestazione dei principi della fede a colpi di razionalismo e di empirismo. Ho trascorso interi pomeriggi domenicali a discutere con mia figlia delle prove dell’esistenza di Dio partendo da san Tommaso e da sant’Anselmo. Il miglior risultato è stato un pareggio. Eppure ero del tutto consapevole che, soprattutto nella mente di un ragazzo avvolto dal fuoco della contestazione globale, la fede non è un traguardo che si possa ottenere con i ragionamenti.
E allora? Non resta che arrendersi? No, la strada più opportuna rimane quella del rispetto, della coerenza, della speranza e dell’umiltà. Il rispetto serve per evitare scivolamenti autoritari o ricatti morali. La coerenza per continuare a partecipare alla Messa con serenità e normalità – senza rivendicazioni e senza ostentazioni – mostrando che per noi si tratta di un momento davvero importante che dà senso alla domenica, la speranza per affidare il futuro dei nostri ragazzi nelle mani di Dio. Perché dobbiamo convincerci – ecco l’umiltà – che quando si parla di educazione alla fede non tutto dipende da noi genitori. Contano anche le proposte ecclesiali che, come sappiamo, non sono sempre in sintonia con il gusto e le richieste dei ragazzi. Conta la scuola, contano gli amici, conta il contesto in cui il ragazzo vive. E, alla fine, conta la qualità della nostra silenziosa testimonianza cristiana. Magari passeranno anni, magari servirà un evento inatteso, anche drammatico, magari occorrerà attendere la stagione dell’amore, quello importante, quando tutto si rimescola e si definisce, ma quella testimonianza radicata nel cuore dei nostri figli prima o poi germoglierà con frutti di bene. E, magari da lontano, senza pretendere di restaurare stagioni che non potranno più tornare, attenderemo ancora con gioia l’arrivo della domenica. (…)

 

Parrocchia SS Senesio e Teopompo MM
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