Arcidiocesi di Modena-Nonantola – Diocesi di Carpi
“Cristo è la nostra pace”
disarmata e disarmante
Lettera pastorale 2025-2026
Di seguito la prima parte della Lettera pastorale di mons. Erio Castellucci.
La versione completa a questo link
«La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”»: è il titolo dell’annunciato Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2026), che come ogni anno, da quando cominciò Papa Paolo VI nel 1968, i successori di Pietro inviano all’umanità. La pace che Papa Leone XIV ha augurato al mondo con le parole di Gesù risorto, fin dal giorno della sua elezione, non è una pace qualsiasi: è la pace che sgorga dalla Pasqua del Signore. Non è dunque il semplice sforzo delle donne e degli uomini di buona volontà, pur sempre necessario, ma il dono che dalla croce gloriosa di Cristo si offre a noi. Le riflessioni che seguono, cercano con semplicità di tracciare alcuni sentieri di pace per noi cristiani delle Chiese di Modena-Nonantola e Carpi, a partire dalla Pace in persona, Cristo morto e risorto.
Il grido dei giovani
«Vogliamo la pace nel mondo!». La sera di martedì 29 luglio 2025 in Piazza San Pietro, al termine della Messa di accoglienza dei giovani già convenuti al Giubileo, Papa Leone si presenta a sorpresa per salutarli: dopo un lungo giro in papamobile, rivolge loro un caloroso benvenuto, concluso con un invito subito raccolto con grido unanime: «Diciamo tutti: “Vogliamo la pace nel mondo!”». È l’eco delle sue prime parole, appena eletto Papa, dal balcone di San Pietro: «La pace sia con tutti voi!» (8 maggio 2025). Ed è ormai un ritornello: molti richiami alla pace hanno scandito i primi mesi del suo ministero. Papa Leone raccoglie il testimone di Papa Francesco, che nel suo “testamento”, il Messaggio urbi et orbi del giorno di Pasqua, prima dell’indimenticabile ultimo giro in Piazza San Pietro, aveva scritto: «Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile» (20 aprile 2025).
Tra gli oltre centomila giovani che rilanciano il grido di pace di Papa Leone in Piazza San Pietro, ci sono anche Marìam, David, Maksìm, Vasily, Raja e Yasmin. Non si conoscono tra di loro. Marìam, palestinese di vent’anni, vive nel territorio di Gaza. David, ebreo diciassettenne, abita e studia a Tel Aviv. Maksìm, ucraino di ventiquattro anni, risiede con la sua famiglia a Odessa. Vasily, ventinove anni, è russo e lavora a San Pietroburgo. Raja, birmana ventitreenne, studia nelle Filippine; e Yasmin, sudanese di ventidue anni, alloggia in uno studentato al Cairo. Non hanno nulla in comune, se non due cose: sono cristiani cattolici in paesi dove la Chiesa è una piccola minoranza, e vivono in zone pesantemente colpite dalla guerra. I cattolici palestinesi a Gaza sono meno dell’1% della popolazione, mentre sono circa il 2% gli ebrei cattolici in Israele. In Ucraina i cattolici superano di poco il 7% e in Russia scendono allo 0,3%. In Myanmar si limitano all’1%, mentre in Sudan arrivano quasi al 10%.
Questi sei giovani hanno poi preso parte alla Veglia e alla Messa con Papa Leone a Tor Vergata, il 2 e 3 agosto. Ciascuno di loro, con il suo gruppo di conterranei, sotto lo stendardo della propria nazione, ha camminato per occupare un posto nei 96 ettari attrezzati della spianata. Lo sventolio delle 146 bandiere multicolori non è solo uno spettacolo estetico, ma è soprattutto un miracolo: una profezia di pace. Giovani di nazioni in guerra tra loro sfilano fianco a fianco, celebrano e pregano insieme, coltivano il sogno di Dio che desidera la terra come un giardino, gridano il loro desiderio di pace in risposta all’appello del Papa. Fanno “chiasso”, come aveva detto Papa Giovanni Paolo II nello stesso luogo, venticinque anni prima: un chiasso di pace, che né Roma né il mondo dimenticheranno più.
Come giovani cattolici di paesi in guerra, tuttavia, sono pieni di domande. Marìam ha visto la chiesa della sua parrocchia della Sacra Famiglia semidistrutta per un attacco israeliano e ha perso uno zio e un cuginetto, uccisi dal fuoco dell’esercito, mentre erano in fila per ricevere gli aiuti umanitari; e si chiede perché un intero popolo, il suo popolo, debba essere identificato con i terroristi di Hamas e costretto a subire dei crimini così orrendi: perché tanto odio, tanti morti – più di 60.000, di cui un quinto bambini – e centinaia di migliaia di palestinesi costretti a fuggire dalle loro case distrutte? Senza dubbio, Marìam ha saputo, attraverso il suo parroco, dell’intervento di Papa Leone che, riferendosi alla guerra in Terra Santa, aveva denunciato le «quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti!» (26 giugno 2025).
Alla soglia della maggiore età, tra un anno David dovrà arruolarsi nell’esercito del suo paese; non ha ancora deciso se accettare o andare in prigione, come accade in Israele ai renitenti alla leva. David è uno dei circa centomila cittadini ebrei cattolici dello Stato di Israele, e partecipa alle attività del Vicariato di San Giacomo, pregando e celebrando in lingua ebraica. A Roma è andato con altri 24 giovani della parrocchia di San Salvatore in Gerusalemme. Come loro, è stato scioccato dal feroce attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, nel quale più di mille ebrei sono stati uccisi e più di duecento presi in ostaggio: ha ripensato, come tutti, alle atrocità della Shoah, quando sei milioni di ebrei furono sterminati dai nazisti, tra i quali alcuni amici e parenti dei suoi nonni. Ora si chiede perché si sia riacceso l’antisemitismo, mai sopito nel mondo; ma nello stesso tempo pensa che il suo stesso governo lo stia favorendo, con la sua sproporzionata reazione ai crimini di Hamas: la gente infatti fa di ogni erba un fascio e non distingue tra ebrei, cittadini di Israele e governo di Israele. E del suo governo, David pensa quello che molti pensano, anche tra i cittadini di Israele: che stia compiendo una tremenda “pulizia etnica”, infrangendo tutte le leggi umanitarie.
Maksìm è riuscito ad arrivare a Roma, insieme a duemila conterranei greco-cattolici, da una delle città più colpite dall’invasione russa, Odessa, definita “la perla dell’Ucraina” per le sue bellezze naturali e artistiche, che da tre anni e mezzo è sotto il mirino delle forze russe per la sua posizione strategica di accesso al Mar Nero. Come in altre parti del paese, le bombe hanno seminato morti e feriti anche tra i civili. Maksìm aveva partecipato già alle Giornate mondiali dei Giovani a Lisbona, esattamente due anni prima, facendo parte del gruppetto di quindici ucraini che incontrarono Papa Francesco. Proprio lui fu incaricato di donare al Papa un pugno di grano, un pane e un po’ d’acqua, a significare che oggi in Ucraina si può morire non solo per le bombe russe, ma anche per la fame. Il gruppo rimase colpito dalla commozione del Papa, dal bacio che riservò alla bandiera e dalla preghiera elevata insieme per quella “martoriata terra”. Maksìm, insieme ad altri giovani ucraini, a Roma ha voluto dar vita ai flashmob in diversi punti della città, mostrando le foto di giovani amici ucraini rimasti uccisi sotto le bombe e ricordando quelli che, nei territori oggi occupati dai russi, non hanno potuto partecipare al Giubileo.
Ingegnere a San Pietroburgo, Vasily ha già svolto il servizio militare in Russia, prima di accedere all’Università, e spera di non essere richiamato. È originario di Mosca, fa parte della piccola minoranza cattolica latina russa, presente al Giubileo con una decina di giovani; gruppo esiguo, ma simbolicamente importante. Vasily vive l’invasione russa dell’Ucraina – sono le sue parole – come una disgrazia familiare, nazionale e umanitaria. Familiare, perché ha perduto due cugini più giovani di lui nei combattimenti a Mariupol’; nazionale, perché vede la sua patria sempre più isolata, impoverita e detestata dalla maggior parte dei paesi del mondo; e infine una tragedia umanitaria, di cui coglie la portata pensando alle dimensioni assunte dal conflitto: centinaia di migliaia di giovani militari, tra ucraini e russi, falciati dalla guerra; una generazione decapitata. Perché? Una domanda che risuona nel vuoto, e non trova risposta se non negli assurdi e disumani giochi di potere e di denaro.
Non è facile per le ragazze affermarsi oggi nella società birmana; la condizione femminile in quel paese è andata gradualmente peggiorando negli ultimi decenni, nonostante l’affermarsi sulla scena nazionale di una donna, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991 e più volte eletta come capo del governo. Per un percorso accademico di studi in giurisprudenza, comunque, Raja si è trasferita nelle Filippine, alla Northwestern University, dove sta per laurearsi. La guerra civile in Myanmar, inaspritasi negli ultimi quattro anni, fa parte dei cosiddetti “conflitti ignorati”: e non perché siano meno devastanti degli altri – decine di migliaia di morti e milioni di sfollati – ma perché interessano poco all’Occidente. Anche per questo Raja, come ha dichiarato a Radio Vaticana, vuole impegnarsi nel sostegno ai diritti umani. Quando Papa Francesco visitò il suo paese, lei aveva solo quindici anni, ma ricorda molto bene i suoi interventi per la pace, il dialogo interreligioso e il rispetto per le minoranze. Le è rimasto inciso nel cuore il breve discorso che il Papa fece, a braccio, ricevendo una delegazione dei Rohingya, l’etnia musulmana perseguitata in Myanmar; rompendo un tabù, perché questa etnia era ufficialmente innominabile, Papa Francesco disse: «la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya» (30 novembre 2017).
Un’altra guerra dimenticata è quella che si combatte in Sudan da decenni, e con particolare asprezza dal 2023. Il conflitto tra forze governative e ribelli – si definisce quasi sempre così una guerra civile – ha determinato la più grave crisi umanitaria del pianeta, con dodici milioni tra sfollati e rifugiati. Tra di loro c’è anche Yasmin, che ha trovato riparo in Egitto, insieme a molti altri connazionali; all’Università del Cairo sta per perfezionarsi in scienze infermieristiche e, una volta laureata, vorrebbe spendersi nella sua terra d’origine. Sa bene che il suo futuro è pieno di ostacoli: il sistema sanitario sudanese è praticamente inesistente e la malnutrizione sta moltiplicando le patologie. Eppure, o forse proprio per questo, ha voluto a tutti i costi partecipare al “Giubileo della speranza”. A Tor Vergata ha affidato a Daniel – un altro giovane sudanese scelto per l’offertorio della Messa – un ringraziamento a papa Leone, che fin dal suo primo Angelus ha rivolto pressanti appelli per il Sudan.
Tanti altri giovani dei 56 paesi attualmente coinvolti in grandi conflitti erano presenti al Giubileo; e molti altri ancora provenivano da zone i cui conflitti sono eufemisticamente definiti “a bassa intensità”. Complessivamente la metà delle nazioni del pianeta oggi è coinvolta, direttamente o indirettamente, in qualche conflitto armato. Se poi volessimo estendere la nozione di guerra ai conflitti “non armati” che si consumano nel mondo, non finiremmo più: la “narcoguerra”, ossia la lotta ai trafficanti di droga – specialmente in Messico, Colombia e Brasile – causa migliaia di morti ogni anno, senza contare i milioni di vittime degli stupefacenti stessi; e poi le nuove schiavitù, i traffici di esseri e organi umani, tutti gli attentati e gli abusi contro la vita fragile e debole, lo sfruttamento sregolato delle risorse del pianeta, la diffusione delle malattie fisiche e psichiche, il dilagare della solitudine, dell’individualismo e del non senso… Caino sta imperversando.
Ma, tornando alle guerre in senso stretto, restituiamo la parola a Papa Leone, che riassume la situazione con una forte denuncia: «È veramente triste assistere oggi in tanti contesti all’imporsi della legge del più forte, in base alla quale si legittimano i propri interessi. È desolante vedere che la forza del diritto internazionale e del diritto umanitario non sembra più obbligare, sostituita dal presunto diritto di obbligare gli altri con la forza. Questo è indegno dell’uomo, è vergognoso per l’umanità e per i responsabili delle nazioni. Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? Come si può pensare di porre le basi del domani senza coesione, senza una visione d’insieme animata dal bene comune?» (26 giugno 2025). A queste drammatiche domande il Papa ha chiesto ai giovani in Piazza San Pietro di rispondere: e loro, con lui, l’hanno fatto: «Vogliamo la pace nel mondo!».